I paladini della democrazia

Di certo mio fratello non ha bisogno di essere difeso: le risposte alla sua interpellanza riguardo alla partecipazione di Marco Borradori all’evento di commemorazione della nascita dello stato di Israele sono uno dei pochi casi in cui la scialba superficialità delle critiche hanno contribuito a rafforzare la tesi iniziale piuttosto che confutarla. Al di là delle osservazioni trite e ritrite volte a dipingere Israele come il paladino della libertà in un mare di barbarie, che sono talmente miopi e goffe da non meritare il tempo e lo spazio di una risposta, c’è un fil rouge al contempo comico e irritante che collega la maggior parte delle risposte all’interpellanza in questione.

Stando a questi campioni della democrazia, un comunista non può parlare di nulla che abbia a che fare, anche solo alla lontana, con la dignità umana. Perché, ovviamente, Stalin sanguinario, Mao assassino, Pol Pot criminale, Castro dittatore. Citare questi esempi non è che una risposta di mezza spanna superiore – intellettualmente e dialetticamente – al vecchio adagio della cultura popolare secondo cui “i comunisti mangiano i bambini”. Sono convinto che chi si aggrappa a ragionamenti di questo genere non si renda conto di fare sfoggio di una logica non solo incredibilmente scricchiolante, ma anche sorprendentemente antidemocratica; a meno che non si tratti di discutere specificamente un retaggio storico, o di valutare proposte politiche attuali che si rifanno direttamente a una realtà passata, delegittimare le opinioni di una persona in funzione delle responsabilità storiche di altri gruppi che si rifanno alla sua stessa radice ideologica è il classico colpo basso che non solo riduce la qualità del dibattito, ma contribuisce anche a far dubitare dell’intelligenza e buona fede di coloro che vi fanno ricorso.

Con questa logica i Liberali non potrebbero più parlare di nulla che abbia a che fare con l’economia – perché la crisi dei subprime e le bolle finanziarie, per non parlare della crisi del 29 – e il PPD non potrebbe più discutere di religione e politica estera – vi ricordate le crociate? L’unica a poter parlare di tutto sarà la Lega: con la sua coriacea resistenza a qualunque impianto ideologico si ritroverà come l’unico partito con la fedina storica che, al contrario di quella contemporanea, sarà del tutto immacolata.

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Il premio Nobel all’UE: Un’intimidazione politica

Non stupisce più di tanto che il conferimento del premio Nobel per la pace all’Unione Europea abbia scatenato un vespaio di polemiche. Forse perché, mentre pochi si sentono abbastanza ferrati in fisica, chimica o economia, la pace è un concetto molto più familiare e abbordabile. È un po’ come il calcio: apparentemente di una tale intuitiva semplicità che ognuno è un esperto, e di navigati commentatori post-partita sono pieni i bar. Se però questo approccio approssimativo è generalmente giustificato quando si parla di tirar calci a un pallone, credo che una notizia come un premio Nobel richieda un’analisi un tantino più approfondita, scevra da partigianerie storiche e slogan partitici.

Il premio Nobel per la pace è infatti una decisione e un evento politico con un significato estrinseco, che è allo stesso tempo una conseguenza e un tentativo di incidere sulla realtà storica e politica nella quale si colloca. Beninteso, il fatto che un premio sia politico, o meglio, che si inserisca in maniera non neutrale all’interno di un dibattito più ampio, non contribuisce a sminuirne il valore: ogni premio è per definizione una presa di posizione pubblica, e in quanto tale è un atto politico. Che il Nobel per la pace sia un riconoscimento che risponde a delle logiche politiche precise non è una novità: dopo Kissinger, Arafat e Obama, penso che nessuno possa più considerarlo come un riconoscimento che risponde esclusivamente a dei criteri di merito. E questo è, per me, un dato di fatto. Ridurre il dibattito sulla sua attribuzione a una semplice questione di “è meritato, non è meritato, è giusto, è sbagliato” è però un esercizio sterile: ognuno ha delle idee a riguardo, e queste dipendono dalla propria storia personale e posizioni ideologiche. La questione è piuttosto, a mio avviso, di comprendere il significato politico di questa scelta fatta da altri, le sue ragioni e le sue possibili conseguenze. La domanda che vorrei pormi non è quindi “È giusto attribuire il Nobel per la pace all’Unione Europea”, ma piuttosto “Perché è stato conferito all’Unione Europea piuttosto che ad altri?” e “Perché proprio adesso?”.

In quest’ottica, quando Manuele Bertoli afferma che la pace in Europa si è materializzata “grazie a molti fattori concomitanti, ma soprattutto grazie alla lungimiranza di alcuni politici che seppero vedere nell’integrazione politica ed economica la chiave per la pace”, non si rende conto che il fulcro della questione non sta tanto nella seconda parte del suo ragionamento, quanto nella constatazione riguardo ai “molti fattori concomitanti”. Sottolineare il contributo dell’UE non è del tutto sbagliato, ma oscura un fatto essenziale, e cioé che la pace e la guerra sono prodotti complessi, frutto di dell’interazione tra individui, collettività e altre strutture storiche, politiche ed economiche, nelle quali le istituzioni ricoprono un ruolo assolutamente non monopolistico. Dall’assenza di contraddizioni materiali insanabili – citata dal partito comunista nella polemica con Bertoli – all’evoluzione dei sistemi d’informazione, dall’aumento del commercio intraeuropeo fino ai flussi migratori e al proliferare di organizzazioni non governative transnazionali, ogni corrente di pensiero ha un’idea ben precisa dei fattori che hanno contribuito a rendere l’Europa meno incline ai conflitti rispetto ai primi decenni del XX secolo. Ciò che andrebbe compreso è perché, tra tutte le multiformi forze che hanno contribuito in misura variabile a prevenire una terza guerra europea, il Nobel venga attribuito specificamente all’UE.

Sorvolare sul fatto che il premio sia stato conferito adesso – non dieci anni fa, e nemmeno cinque – sarebbe sintomo di superficialità. Il messaggio di questo Nobel – oggi, nel 2012 – è a mio parere chiarissimo: proprio ora che l’UE è sempre più additata come un problema, come una forza semi-autoritaria che causa sciagure invece di prevenirle, il Nobel è un messaggio indirizzato a chi si sta opponendo all’UE: calcando la sottile linea tra il mero avvertimento e l’intimidazione, questo premio Nobel vuole suggerire a tutti che, nonostante i problemi e gli “occasionali” abusi, l’Unione Europea è in ultima istanza una forza positiva perché si erge a ultimo bastione tra la pace e la guerra. Beninteso, non che i membri del comitato del Nobel siano membri di chissà quale organizzazione mafiosa che tenta di controllare il mondo tramite messaggi sibillini: piuttosto, l’intimidazione insita nell’attribuzione del premio è il prodotto di un più generalizzato e sistematico tentativo da parte delle élites europee di giustificare l’esistenza dell’UE (e in particolar modo dell’Euro) in funzione anti-conflittuale – basti pensare alle affermazioni, quelle sì apertamente intimidatorie, di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sulla fine della “pace” in Europa qualora l’UE dovesse dissolversi.

Il punto è che questi avvertimenti, come anche la decisione del comitato del Nobel e le più nostrane affermazioni di Manuele Bertoli, affondano le radici in una concezione ben specifica e a mio avviso lacunosa di “pace”. Nel vocabolario liberale, la “pace” è infatti definita in termini prettamente negativi, come l’assenza di “guerra”, la quale è a sua volta concepita in maniera piuttosto ristretta come un conflitto militare tra due stati. È chiaro che, pur con tutte le riserve espresse finora, l’attribuzione del Nobel per la pace all’UE ha delle basi più solide se si fonda il proprio ragionamento su queste premesse.

Eppure, a mio parere, ridurre l’idea di pace alla semplice assenza di conflitti armati tra due stati contribuisce a eclissare due fenomeni chiave che stanno alla base delle critiche alla decisione della commissione del Nobel.

Prima di tutto, i cosiddetti “interventi umanitari” non sono ovviamente considerati atti di guerra, bensì atti di pace. Yugoslavia, Libia e – più recentemente – Siria sono solo i più eclatanti esempi che mi vengono in mente. Poco importa che negli ultimi due casi l’UE non sia stata direttamente implicata: troppo facile attribuire la pace paneuropea all’UE, per poi defilarsi e puntare il dito contro i singoli stati membri quando si tratta di aggressioni verso l’estero. È forse superfluo sottolineare come questo rifletta perfettamente la – pur comprensibile – tendenza a tollerare gli abusi fintantoché non toccano il “sacro suolo europeo”: se questo requisito è soddisfatto e la nostra violenza è limitata a regioni lontane, basta una scrollata di spalle e un sommesso “close enough”.

Secondariamente, arrendersi a una definizione avara della pace e della guerra trascura fatti di stringente attualità come le violenze e le proteste in Grecia e Spagna, o l’ecatombe sociale che sta spazzando uno a uno i paesi dell’Unione Europea. È moralmente giusto parlare di “pace” quando a centinaia di migliaia di persone è reso impossibile trovare un lavoro, mentre le assicurazioni sociali vengono sistematicamente fatte a brandelli? Pur nell’assenza di carri armati nelle strade (ma ancora per quanto?) è intellettualmente onesto parlare di “pace” quando centinaia di persone vengono prese a manganellate nelle piazze perché stanno protestando contro il furto dei loro diritti e del loro futuro? È vero, non ci sono state dichiarazioni di guerra da parte di uno stato verso un altro, non ci sarà nessun trattato a sancire la fine del conflitto. Ma se, come io credo, la “pace” non è semplicemente l’assenza di guerra, ma anche qualcosa di più, come si può fingere che l’Unione Europea non abbia nulla a che vedere con tutto questo?

In definitiva, non mi stupisce che qualcuno consideri il Nobel per la pace all’UE come qualcosa di sensato e corretto: questo dipende, ovviamente, dalle idee di ognuno. Ciò che mi stupisce è che a farlo siano i cosiddetti “socialisti”, che della “pace” dovrebbero avere una concezione più organica e sensibile. Possibile che la sinistra europea sia ancora così ideologicamente legata a uno dei (pochi) progetti storici che è riuscita a portare a termine, da non rendersi conto che la repressione e la macelleria sociale non hanno nulla a che vedere con quella “pace” che qualunque forza progressista dovrebbe rivendicare con fierezza?

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DNA e criminalità

Avremmo dovuto immaginarlo; dopo i limiti al diritto di culto e la continua stigmatizzazione mediatica, eccoci arrivati al prossimo prevedibilissimo passo; la schedatura del DNA. Il deputato della Lega dei Ticinsi Daniele Caverzasio ha rilanciato la proposta di Olivier Gueniat, capo della polizia di Neuchâtel, secondo il quale la raccolta del DNA degli asilanti potrebbe rappresentare una buona soluzione al fine di ridurre la criminalità.
Al momento di realizzare una proposta del genere, molto semplicemente, le opzioni sarebbero tre; o una schedatura di questo genere si opera per tutti, o per nessuno, oppure per specifiche fasce della popolazione.
Sarebbe un esercizio e una provocazione interessante dichiararsi in favore di una racolta universale del DNA. Nessuna discriminazione, nessuna ingiustizia, tutti uguali davanti alla legge, la sicurezza prima di tutto. Vedo soltanto una questione di minore importanza nell’implementazione di una tale proposta; nessun partito politico oserebbe appoggiarla, e forse sarebbe proprio la Lega a porsi come principale oppositrice di una tale legge – per inciso, questo mi porterebbe, e non per la prima volta, a pormi dalla parte di Bignasca & Co. Nessun partito sosterrebbe una tale proposta perché nessuna persona, io credo, si sottoporrebbe a una procedura di classificazione e schedatura così invasiva, e che per di più si basa sull’idea che l’individuo è, prima ancora che un cittadino onesto, un potenziale criminale. Poco importa che per raccogliere un campione di DNA basti un capello o un campione di saliva; l’invasività della procedura non risiede tanto nella dimensione corporale, quanto in quella percettiva. Il DNA è ancora considerato il codice della vita, un distillato dell’individualità di ognuno, e in quanto tale è quanto di più intimo un essere umano possa percepire come suo. Se veramente coloro che patrocinano questa iniziativa non vi trovassero assolutamente nulla di particolarmente umiliante, inviterei ognuno di loro – politici o privati cittadini – a dare il buon esempio e presentarsi al più vicino ospedale pronti a donare un campione di DNA per dare inizio alla schedatura. La risposta unanime sarebbe senza dubbio – sotto diverse declinazioni – che “Non vedo perché dovrei dare il mio DNA, sono una persona onesta e in quanto tale non avete il diritto di schedarmi”.  Situazione non del tutto diversa da quella di ogni singola persona onesta, asilanti compresi.
L’alternativa sarebbe quella di “schedare” solo una particolare categoria di persone. Guarda caso, nella fattispecie si tratterebbe della categoria degli asilanti. C’è un problema essenziale, un problema di fondo con l’idea di costruire delle categorie; l’idea più diffusa e semplicistica è quella secondo la quale una categoria astratta descrive la realtà, la fotografa nella sua effettiva essenza. È su questo disguido che si basano la maggior parte delle statistiche, che hanno la pretesa di descrivere ciò che in realtà semplicemente costruiscono; quando si stabilisce una categoria è utile chiedersi, prima di tutto, non tanto su cosa essa faccia luce, ma piuttosto che cosa essa nasconda, chi trae vantaggio dalla costruzione della categoria, chi trae beneficio dall’enfatizzare una caratteristica chiave piuttosto che un’altra. Perché una categoria è necessariamente una griglia di comprensione che viene posta sopra la realtà, piuttosto che una realtà che si manifesta, e la scelta dei criteri che delineano questa griglia è necessariamente artificiale, è arbitraria, è – in fin dei conti – esclusivamente politica. Una categoria non rappresenta la realtà, bensì la costruisce e la rende comprensibile attraverso degli schemi politici e ideologici. Costruire la categoria di “asilanti” come un gruppo monolitico di persone che più di altre sono dedite alla criminalità serve degli interessi politici e ideologici del tutto palesi; (quasi) ogni partito e ogni corrente ideologica costruisce le proprie categorie alle quali attribuire i mali della società.
Ma se si parla di una proposta politica volta a ridurre la criminalità, bisognerebbe come minimo verificare che la categoria in questione sia, oltre che utile a chi la costruisce, anche significativamente più incline alla delinquenza rispetto al resto della popolazione. Perché allora non cimentarsi nell’esercizio di costruire decine, centinaia di categorie che, sulla base delle teorie più disparate, sarebbero particolarmente proclive alla delinquenza e calcolarne statisticamente l’indice di criminalità? Si potrebbe così schedare diverse fasce della popolazione, “statisticamente più criminali”; magari le persone che vivono – chessò – in aree meno soleggiate, oppure chiunque guadagni più – o magari meno – di 10’000 franchi al mese, oppure ancora – perché no – chi ha dei parenti che sono stati riconosciuti colpevoli di qualche crimine negli ultimi 20 anni.
E tutto questo non entra nemmeno nel merito di un discorso ancora più ampio; ovvero che “ridurre la criminalità” sia ormai diventato sinonimo di “individuare e punire”. Eppure, mi pare ovvio, la capacità di scovare il responsabile di un crimine è qualcosa che avviene solo dopo che il crimine ha avuto luogo; di per sé, portare un criminale davanti alla giustizia non riduce la criminalità, né aumenta la sicurezza, ma semplicemente aumenta la percentuale dei crimini con un colpevole. L’idea che aumentare le capacità dell’apparato punitivo dello stato corrisponda ad aumentare la sicurezza dei cittadini si basa su una rappresentazione assolutamente semplicistica della realtà, secondo la quale ogni potenziale criminale opera un calcolo assolutamente conscio e razionale tra benefici e costi potenziali, e che l’aumento dei costi potenziali porti automaticamente a una riduzione della criminalità. La realtà è ben più complessa, le persone non hanno informazioni perfette sulle quali basare le proprie scelte e, fatto ben più importante, le persone non agiscono in maniera razionale, specialmente quando il bisogno immediato è tale da rendere ogni potenziale rischio futuro di fatto irrilevante. Senza la volontà di eliminare le cause della criminalità, ogni tentativo di aumentarne il costo sarà poco più che un palliativo e, indipendentemente da ciò, ogni tentativo di eguagliare l’aumento delle capacità punitive con l’aumento della sicurezza è pura mistificazione e propaganda.
Ma al di là di ogni considerazione pragmatica mi preme sottolineare il fatto che, a mio parere, alcune discussioni prescindono dal concetto di “utile” o “inutile”, da una semplice analisi costi-benefici. Perché di una politica così palesemente e ridicolmente discriminatoria non si può discutere come si farebbe della contabilità di una banca. C’è un concetto di moralità, di giustizia, di umanità che dovrebbe essere considerato più importante di qualunque calcolo utilitaristico; se una politica è discriminatoria, umiliante, stigmatizzante e invasiva, non si può limitarsi a criticarne il costo in franchi svizzeri, ma è necessario porsi domande di ordine morale. Perché se è vero che schedare il DNA di ogni immigrato potrebbe ridurre la percentuale di crimini che vanno impuniti, è anche vero che fare lo stesso con ogni cittadino porterebbe a risultati ancora migliori, e che porre un chip satellitare sotto la pelle di ogni neonato alla lunga potrebbe permetterci di ridurre la criminalità a zero. Quello che intendo dire è che è necessario – ogni tanto – porre il concetto di “giustizia” sopra a quello di “utilità”.
E, d’altra parte, non può sfuggire il fatto che una proposta di questo genere, benché si proponga di “combattere la criminalità”, nel contempo contribuisca anche a rafforzare l’idea che la “criminalità” sia solo quella di un certo tipo. Non è una novità che in Svizzera – come in ogni altra società – i crimini più mediatizzati e pubblicamente stigmatizzati non sono mai quelli facilmente riscontrabili nei gruppi più abbienti, ma piuttosto quelli di coloro che in genere occupano i gradini più bassi della società. Non è un caso che chi si fa di cocaina è un “malato” da mandare in una clinica di riabilitazione, mentre chi spaccia è un criminale da sbattere in galera o – meglio ancora – “rispedire nel suo paese”, del tutto ignorando che i due fenomeni sono semplicemente due facce della stessa medaglia. Tornando alla schedatura del DNA, non è del tutto chiaro come questa possa risolvere alcuni dei crimini più lucrosi della nostra società, quali la truffa, il riciclaggio di denaro o l’evasione fiscale. Ma, forse, l’obiettivo di questa proposta è proprio quello di riconcettualizzare l’idea di “crimine”, silenziosamente suggerendo che il vero reato, quello da combattere e reprimere, è quello che lascia impronte e capelli sulla scena del crimine.
Lancerei una petizione in favore di una schedatura sistematica di banchieri e fiduciari, ma ho come il sospetto che verrei tacciato di discrimazione. E, aggiungerei, del tutto giustamente.

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Lega dei Ticinesi: Il risveglio alla complessità della realtà

Avendo disattivato il mio account facebook ricevo alcune notizie con un certo ritardo, e questo a volte è fastidioso. Quella sull’aggressione ai danni di Boris Bignasca, ad esempio, mi è giunta solo ora.
D’altra parte, non essere parte del “social network” più attivo del mondo porta anche qualche privilegio. Ad esempio, non dovrò sorbirmi gli strali – prevedibilissimi – di questa vicenda: la pioggia di messaggi di solidarietà (una parola che, peraltro, ha completamente perso il suo senso originario, come i “condoglianze” bisbigliati come un riflesso pavloviano), le probabili strumentalizzazioni da ogni parte (la Lega lo farà assurgere a martire, i detrattori gli ricorderanno che “chi semina vento raccoglie tempesta”, chi scrollava le spalle prima lo farà anche adesso), la probabile denuncia, identificazione e – sacrosanta – lezione che verrà inferta agli aggressori.

Da parte mia ho conosciuto Boris – solo superficialmente – qualche anno prima che entrasse in politica. Mi è sembrata una persona a modo, e a quella persona va non tanto la mia solidarietà (che ormai non significa più nulla) quanto il mio sincero augurio di una pronta guarigione – fisica, ma specialmente psicologica: posso solo immaginare l’entità di un trauma di questo genere, che non augurerei a nessuno.

D’altra parte, credo siano anche necessarie delle osservazioni sul significato e le conseguenze di questo fatto sul Boris-politico, ovvero sul Boris che rappresenta l’anima più genuina della Lega, non solo come ex deputato, giornalista e attivista, ma anche – e specialmente – come incarnazione simbolica del Partito in quanto figlio del suo fondatore e presidente a vita.

Senza voler entrare nel merito della sofferenza e del trauma individuale di Boris – ma, a mio avviso, nessuno dovrebbe nemmeno provarci, ché si tratta di una questione privata – credo che l’aggressione possa essere vista come una sorta di “risveglio alla complessità della realtà” da parte della Lega, e in particolare al rapporto tra maggioranze e minoranze.

I commenti di solidarietà che compaiono sulla bacheca di Boris dimostrano quanto la rabbia e il disgusto nei confronti degli aggressori scaturiscano dal fatto che si sono accaniti “in branco” contro un individuo solo. Come i commenti – giustamente – indignati dimostrano, una maggioranza che abusa della sua predominio è da tutti riconosciuta come una forza abietta, odiosa e vigliacca.
Come è possibile quindi che queste stesse persone che si sdegnano per un atto del genere siano capaci di appoggiare un partito che predica – sostanzialmente – il diritto della maggioranza a disporre come meglio crede delle minoranze?
In questo senso, l’aggressione rappresenta forse meglio di qualunque altro evento politico degli ultimi anni l’essenza della Lega dei Ticinesi: la Lega è  una maggioranza con il complesso della minoranza, una maggioranza che si sente minoranza, e le volte che non si sente tale ha il terrore di diventarlo.
Il punto è che la Lega e il suo elettorato non sono una minoranza, e questo abuso in “piccola” scala dovrebbe aprire un importante dibattito pubblico e interno al movimento stesso. Invece di limitarsi a rappresentare il fatto come un episodio isolato di odio politico e trincerarsi su auto-rappresentazioni di – falsa – minoranza perseguitata, l’indignazione causata da questo abuso dovrebbe dare luogo a una riflessione più profonda su una pratica essenziale, che è quella – tipica della Lega – di anteporre i rapporti di forza alla giustizia.

Lo sconcerto di Boris quando dice “La mia colpa? Essere della LEGA. Giusto quindi sputarmi addosso, insultarmi e picchiarmi.” è lo stesso sconcerto che prova qualunque individuo nell’essere identificato, catalogato e punito in funzione di una caratteristica che gli viene affibbiata a forza, e che suo malgrado prende il sopravvento sopra qualunque altra identità individuale.
Certo, ci sono differenze sostanziali tra chi diffama in funzione di un’etnia e chi pesta in funzione di una fede politica, ma non si può non riconoscere che alla base di entrambi gli atti vi sia un medesimo meccanismo di prepotenza che trasforma un individuo complesso in un bersaglio unidimensionale.

A questo proposito, il “risveglio alla complessità della realtà” è duplice, perché contribuisce anche a incrinare – se non a infrangere del tutto – la rappresentazione della realtà che la Lega ha tentato di costruire basandosi sulla dicotomia tra “ticinesi” – persone fondamentalmente perbene, che nonostante qualunque difetto saranno sempre benaccette in patria per “diritto di nascita” – e “stranieri” – gente antropologicamente “diversa”, da “rispedire al suo paese” al primo sgarro.
L’aggressione di ieri – Ticinesi contro Ticinese – incrina questa visione, rende la realtà meno leggibile attraverso gli schemi mentali leghisti e, in questo modo, la rende più temibile. Ai commenti che – a metà tra rabbia e una velata inquietudine – chiedono “Di che nazionalità erano?”, non viene data nessuna risposta.
Il “nemico” non è più identificabile, o almeno non lo è in funzione degli schemi mentali ai quali la Lega ha abituato i suoi sostenitori.

L’aggressione a Boris Bignasca è stata e resta un atto disgustoso e deprecabile.
Oltre che augurare una pronta guarigione a Boris posso solo augurarmi che, nel suo “risveglio alla complessità della realtà”, la Lega sia capace di guardare alla barbarie del gesto e riconoscervi degli schemi, dei meccanismi e dei presupposti ai quali il progetto politico leghista non è decisamente immune.

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Sulla violenza

Mi ero riproposto di non scrivere più, perché ho maturato l'impressione che la Politica – intesa nel senso più largo del termine – stia diventando qualcosa che non riesco più a comprendere, un insieme scomposto di strilli, urla, incomprensioni e malafede .

Ma ci sono momenti in cui chi ha qualcosa da dire non può tacere, e questo momento, per me, è adesso.

Non ho intenzione di soffermarmi sulle dinamiche e gli eventi dei fatti di Roma del 15 ottobre. Ammetto di non essere abbastanza informato – e per inciso credo che se qualcuno in più si attenesse a questa parsimonia intellettuale sarebbe un bene per tutti, ché non se ne può più di informazioni date a casaccio, di illazioni senza fondamento espresse per il gusto di mettere a tacere le nostre paure e la nostra coscienza.

Fatto sta che non so se i black block esistano nell'incarnazione che abbiamo potuto osservare a Roma. Non so se quei tizi incappucciati fossero dei teppisti, delle falangi anticapitaliste, dei disturbatori fascisti o dei poliziotti infiltrati.

Non sono i black block – quei black bloc – a farmi paura.

A spingermi a scrivere è il fatto che quelle figure nere e le loro controparti con casco e manganello rappresentano qualcosa più di loro stesse: rappresentano la violenza, o meglio, l'idea che la violenza sia, oggi, la strada per il cambiamento.

E non sono i black block, non sono i poliziotti in tenuta antisommossa a inquietarmi, ma piuttosto le reazioni che leggo sui social network: mai e poi mai avrei immaginato che così tante persone avrebbero appoggiato la violenza come un'opzione.

Nel luglio 2009 scrissi un articolo – che oggi mi fa sentire una cassandra – sulle tensioni sociali che penso continueranno a segnare il prossimo futuro del mondo occidentale e, in particolare, della nostra Italia. Terminavo il mio ragionamento con un'affermazione provocatoria: “Mi trovo a chiedermi se il Grande Fratello è veramente preferibile alla P38”. Era, lo ripeto, una provocazione, ma ora guardandomi intorno mi rendo conto che ci sono veramente persone che riducono la realtà in questa dicotomia idiota.

 

Mi rivolgo direttamente a chi pensa che la violenza sia il mezzo per il cambiamento, perché questo è un articolo dai contenuti ragionati nel corso di anni, ma scritto di pancia.

 

Signori miei, c'è un problema fondamentale nel vostro pensiero e – spero non arriviate a tanto – nel vostro agire.

La violenza è e resterà sempre uno dei grandi motori della storia, questo nessuno lo mette in dubbio.

Dalla creazione dei grandi Imperi del passato a quella degli Stati Nazione, alle più grandi rivoluzioni del 900, la maggior parte dei cambiamenti epocali della nostra era e di quelle precedenti hanno implicato l'uso della violenza.

La violenza è capace di cambiare ogni cosa, può liberare interi popoli, può soggiogare nazioni, polverizzare città, deporre tiranni e istituirne di nuovi.

La violenza, se ben diretta, è lo strumento a breve termine definitivo.

E il mio vuole essere un discorso pragmatico. Poco importano i rapporti di forza materiali: non metto in discussione che un manipolo di violenti possa davvero, approfittando di alcune condizioni sociali e politiche, abbattere un potere e istituirne uno nuovo.

Accadde nel 1922, può accadere anche oggi.

Quel che non volete capire è che la violenza può cambiare tutto – attori, sistema, procedure – ma non può cambiare il ricorso a sé stessa come strumento di ultima ratio.

Voi potrete abbattere tutto, distruggere Parlamento e Banca d'Italia, potrete costruire quel che vi pare sulle ceneri di questo sistema ignobile e coercitivo, ma non capite che abbattendo un sistema con la violenza si ottiene un altro sistema violento e coercitivo come il primo. Non c'è scampo.

Volete usare la violenza?Bene, sappiate che è quella stessa violenza che mantiene in vita questo sistema che siete convinti di combattere. È una violenza di segno opposto, di direzione contraria, ma è comunque combustibile di cui il sistema si nutre.

 

Opponete violenza – la “vostra” violenza – a violenza – la “loro” violenza. Opponete coercizione – la “vostra” coercizione – a coercizione – la “loro” coercizione.

Ma come pensate che possa uscirne qualcosa di nuovo, qualcosa di umano, da questa equazione di sangue?

Dove sta la novità, dove sta l'alternativa?

 

Lo ripeto, e non mi stancherò mai di farlo: la violenza impone un cambiamento, ma non permette di cambiare in maniera fondamentale un sistema che – come questo – si fonda sulla coercizione. Sostituire un sistema basato sulla violenza con un altro sistema fondato sugli stessi presupposti è un non-cambiamento, è uno sfogo, un avvicendamento tra élite e nient'altro.

Non c'è alcun surplus di legittimità in un sistema che ha soppiantato violentemente un sistema violento.

 

Io penso che il primo cambiamento debba essere un cambiamento che avviene dentro di noi, nel nostro modo di concepire i rapporti con gli altri, nel nostro modo di concepire – ebbene sì – anche il ricorso alla violenza come mezzo di cambiamento e d'interazione. Io credo che il cambiamento sia rifiutare la violenza a ogni livello, rigettare il concetto stesso di coercizione giustificata e di Potere dell'uomo sull'uomo. Credo che l'unico modo per cambiare davvero sia la partecipazione e la condivisione, non soltanto a livello sociale, ma anche nell'intimità di ognuno di noi, nell'onestà e nel rispetto che dobbiamo innanzitutto a noi stessi.

Ma questo è quello che penso io, e so di essere un utopista.

 

Nella pratica ci sono persone più impegnate di me, che hanno idee migliori e più pragmatiche delle mie, idee che possono portare a dei cambiamenti veri, qui, adesso.

Sono idee di partecipazione politica, di organizzazione collettiva, di impegno costante nelle comunità.

È qui che sta il vero cambiamento, è questa l'unica via per un cambiamento vero ed epocale.

La vera rivoluzione è imparare a usare strumenti nuovi, strumenti estranei al sistema – non quello capitalista in particolare, ma più in generale quello che si fonda sull'oppressione – per combatterlo su un terreno che non conosce, che non si aspetta. La vera rivoluzione è abbattere il sistema colpendolo su un fianco che nemmeno pensava d'avere.

 

Signori miei, cari chierici del conflitto, io mi sono allontanato dalla politica anche perché sto cominciando a credere che, se questa è la strada che avete in serbo per noi, allora tanto vale che me ne stia per conto mio: ma non aspettatevi che approvi la vostra violenza, non aspettatevi che l'accolga come un atto di liberazione. Perché io anche quella di “quegli altri”, di violenza, non l'ho accettata e non l'accetterò mai.

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Incoerenza armata

Mi rimetto a scrivere dopo qualche mese di latitanza perché la situazione libica si sta dimostrando, oltre che tragica, estremamente interessante sotto molti punti di vista.

 

Ricapitolando, abbiamo un dittatore che, dopo aver preso il potere con un colpo di stato appoggiato dai servizi segreti britannici, è rimasto al potere ininterrottamente per 42 anni.

Senza entrare nel merito della storia libica – non ne avrei nemmeno le competenze – il bilancio generale di questi quattro decenni può riassumersi nel seguente modo: dal punto di vista politico la Libia è rimasta un'autocrazia dove i diritti politici vengono regolarmente calpestati (il Polity IV Index, che rappresenta lo standard di gran lunga più affidabile nel panorama degli indicatori di democrazia, attribuisce al paese un valore di -7, su una scala da -10 a 10), mentre dal punto di vista sociale la popolazione, pur non vivendo come in un paese “sviluppato”, ha uno standard di vita decisamente superiore a quello regionale medio (la Libia ha ad esempio un Indice di Sviluppo Umano superiore a quello di tutti gli altri paesi africani).

 

Qualche settimana fa, sulla scia delle proteste tunisine ed egiziane, anche la Libia è stata teatro di sommosse e manifestazioni contro il capo di stato. In particolare nell'est del paese – la regione dalla quale la Libia ottiene più ricchezza grazie all'estrazione di petrolio, ma anche la zona che il governo di Tripoli ha trascurato di più – delle forze ribelli hanno conquistato con le armi alcune città. A queste manifestazioni Gheddafi ha risposto con la forza.

 

Dopo un mese di tentennamenti e contraddizioni, la “comunità internazionale” – ovvero il Consiglio di Sicurezza dell'ONU – ha deciso di aprire le ostilità non contro la Libia, ma contro il governo di Gheddafi.

 

Ora, un'osservazione prima di tutto. In Libia non si tratta di una una grande manifestazione pacifica e organizzata come quella di Piazza Tahrir. Quella libica è cominciata ed è una guerra civile , con gruppi di ribelli armati – e diverse unità dell'esercito che hanno defezionato – da una parte e lo Stato dall'altra.

La prima domanda che sorge spontanea è: quale Stato avrebbe reagito senza l'uso della forza contro una rivoluzione armata sul suo territorio? La risposta, per chi non sia troppo “naif” e imbevuto di “politicamente corretto”, è una soltanto: nessuno. Da che Stato è Stato, che si tratti di una democrazia o un'autocrazia, la risposta a una rivoluzione armata è sempre stata la forza.

Si obietterà – giustamente – che Gheddafi ha colpito anche bersagli civili. Questo è possibile, anzi probabile, anzi sicuro. Il punto è che la guerra è una porcata, e nel XXI secolo i civili ci vanno sempre di mezzo, in Libia, in Afghanistan, in Palestina, in Iraq, in Kosovo, in ognuna delle decine di guerre dimenticate sparse per il globo. Fa schifo, mi fa rabbia, ma la razionalità mi ha insegnato a capire che i civili muoiono sempre, e muoiono a causa dello scontro tra due fazioni, degli americani o dei talebani o dei serbi o di Gheddafi o degli insorti libici: è quando la stampa vuole farci intendere che a colpire bersagli civili sia una sola delle parti in conflitto che dovremmo drizzare le orecchie.

E l'atteggiamento della stampa, che è sempre il megafono più fedele delle nostre oligarchie occidentali, è stato un riflesso perfetto delle reazioni dei grandi governi mondiali: “ok, di quel pazzo di Gheddafi non ne potevamo più, è la volta buona che lo mandiamo a casa”. Ma come?

 

La reazione della “comunità internazionale” è stata come minimo ridicola, ma sarebbe meglio definirla del tutto incompetente. Da una parte tutti i principali governi mondiali si sono affrettati a schierarsi con i ribelli, ma dall'altra – forse per un errore di valutazione delle forze in campo – non hanno fatto assolutamente nulla per appoggiare i ribelli.

Ciò che i governi occidentali sono stati sorprendentemente incapaci di comprendere è che, in assenza di ingerenze esterne decise, Gheddafi vincerà questa guerra civile: anche se tutto l'esercito gli si schierasse contro (il che è altamente improbabile dato che, per quanto ci sia difficile accettarlo, buona parte del paese sta dalla sua parte), nulla potrebbero le truppe regolari – dallo scaltro Gheddafi scarsamente equipaggiate e addestrate, proprio per paura di una tale evenienza – contro l'esercito personale del raìs, formato da truppe scelte e fedelissime al regime.

In una situazione simile, l'assenza di azione si traduce in un aiuto alla parte più forte, cioè a Gheddafi.

 

Quel che è certo è che una “comunità internazionale” che si schiera esplicitamente dalla parte di una delle fazioni in causa ha tutto da perdere, e questo è ancor più vero nel caso di questa crisi libica. Tanto per cominciare, c'è da domandarsi con quale criterio un governo possa schierarsi a priori in favore di una rivoluzione, dato che a tutt'ora non abbiamo idea di chi siano questi ribelli – e non lo sanno nemmeno loro. Non siamo di fronte a una rivoluzione in favore della democrazia, ma di una rivolta anti-Gheddafi: tra i rivoltosi c'è sicuramente qualche giovane democratico, ma anche membri delle tribù ostili a Gheddafi, sostenitori della monarchia e fondamentalisti religiosi. Forze, inutile negarlo, che di democratico non hanno un bel nulla.

Secondariamente, quando un governo prende una posizione “a parole” così netta è perché deve essere assolutamente sicuro dell'esito dello scontro. In effetti è inutile dire che la situazione sarebbe quantomeno spinosa se Gheddafi vincesse la guerra dopo che Italia, Francia e Inghilterra si fossero schierata con i ribelli. Si riduce così enormemente il ventaglio di scelte dei governi, che saranno costretti ad azioni inconsulte per non perdere la faccia – e per non ritrovarsi con un raìs incazzato a capo di uno stato esportatore di petrolio.

Ma la conseguenza più importante di questo “schierarsi a priori” è che la “comunità internazionale” abdica al suo ruolo di mediatore delle dispute. L'unica voce sensata che si è levata in questo senso è stata quella di Chavez, che ha proposto un cessate il fuoco e una mediazione internazionale. Quanto risalto è stato dato dalla stampa a questa proposta, che pure appare la più ragionevole sotto tutti i punti di vista – in particolare per la prevenzione di ulteriori vittime civili?

 

Il punto è che i grandi della terra hanno intravisto la possibilità di liberarsi di un dittatore scomodo – non in quanto dittatore, ma perché troppo indipendente a livello internazionale – e hanno deciso di approfittarne.

Come si fa a credere alla retorica umanitaria e democratica di Francia, Inghilterra e Stati Uniti quando questi governi si schierano immediatamente in favore di insorti armati – e sottolineo armati – in Libia, mentre chiudono un occhio (o anche due) mentre lo Stato autocratico del Bahrain ammazza dei manifestanti disarmati con l'aiuto dell'esercito saudita?

Evidentemente i dittatori non possono sparare su guerriglieri armati, ma possono farlo su civili inermi fintanto che accettino di ospitare la più grande base della marina americana in medio-oriente.

 

La questione è semplice: sia che si tratti di ordinarie relazioni estere, sia che si tratti di momenti di crisi, o si è idealisti o si è pragmatici.

Se si sceglie la strada del liberalismo idealista, allora bisognerebbe dichiararsi contro qualunque autocrazia, ghettizzare politicamente ogni dittatura e smettere di fornire qualunque tipo di appoggio a qualunque tiranno. Bisognerebbe anche appoggiare esplicitamente ogni gruppo rivoluzionario che combatta contro una dittatura, che si tratti di uno stato petrolifero o di una nazionucola senza alcun interesse strategico. Smettere di appoggiare le dittature sarebbe di per sé un buon passo avanti, e rischierebbe d'essere una misura sufficiente per far cadere buona parte dei tiranni.

D'altra parte, se si decide di essere pragmatici – il che, in un mondo come il nostro, è perfettamente comprensibile – non si possono commettere leggerezze come quella di appoggiare un dittatore e poi scaricarlo frettolosamente, autocostringendosi a impegolarsi in un impegno gravissimo, con probabilità di riuscita incerte e senza nessunissimo tipo di pianificazione.

 

Quel che è certo è che l'intervento armato in Libia in favore dei ribelli non trova nessuna giustificazione logica, al di là della fallace urgenza morale che i media ci hanno inculcato.

Ciò che bisogna chiedersi è: qual'è l'obiettivo della “comunità internazionale” in questo momento?

È forse limitare il numero delle vittime civili?Se così fosse, non riesco a capire come si possa immaginare di bombardare un paese per ridurre le vittime di un conflitto. È una “strategia” (ma si può veramente chiamare tale?) utilizzata dalla NATO in Serbia nel '99 che ha avuto come unica conseguenza l'aumento delle vittime civili e l'escalation della violenza. Il fatto che si leggano tanti commenti di persone entusiaste dell'intervento armato a suon di bombe contro la Libia con la giustificazione che “finalmente, era ora che qualcuno fermasse questa carneficina” è solo un sintomo di quanto i media siano riusciti a condizionarci, rendendoci incapaci di giudicare gli eventi in maniera razionale.

L'obiettivo potrebbe essere invece l'instaurazione di una democrazia in Libia, dirà qualcuno. Anche in questa ottica, l'intervento armato non avrebbe senso. Che piaccia o no, ciò che definisce la struttura del sistema politico di un paese sono i rapporti di forza all'interno del paese stesso. Anche ammesso che i rivoltosi libici siano dei sinceri democratici (cosa di cui dubito fortemente), la loro vittoria non potrebbe garantire l'instaurazione di una democrazia in Libia, dato che quella struttura politica non si baserebbe su un vero rapporto di forza all'interno del paese, ma sarebbe la conseguenza di una guerra vinta con un aiuto esterno. Il punto è che un sistema politico basato su dei rapporti di forza che comprendono un'ingerenza straniera è destinato a sgretolarsi nel momento in cui quell'ingerenza viene a mancare. Senza entrare nel merito del discorso riguardo alla bontà universale della democrazia come forma di governo e avendo a cuore solo il benessere del popolo libico, con che diritto pensiamo di poterci assumere la responsabilità di trasformare la Libia in un nuovo Iraq, in un nuovo Afghanistan?

 

Per concludere, io credo che analizzando la situazione in maniera razionale sia inevitabile ammettere che l'intervento in Libia non abbia altro scopo se non quello di rimuovere Gheddafi dal potere, eliminando un dittatore la cui colpa non è stata quella di comportarsi da tiranno, ma piuttosto quella di non allinearsi al gioco della grandi potenze. Non per ragioni umanitarie, non per la democrazia, ma per degli equilibri di potere la “comunità internazionale” ha deciso esplicitamente di rinunciare al suo ruolo di mediazione e compromesso (l'unica vera soluzione possibile da un punto di vista umanitario), spalancando le porte a un'escalation della violenza che, a mio avviso, stavolta non riuscirà nemmeno a far cadere il “cattivo di turno”.

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La (il)logica del PIL

È notizia di qualche giorno fa quella secondo la quale l'Italia sarebbe il fanalino di coda (se si esclude Haiti, che è stata colpita da un terremoto di dimensioni apocalittiche) nella crescita del PIL su base decennale a livello non europeo, ma mondiale. I dati (http://www.rassegna.it/articoli/2010/10/29/68116/nellultimo-decennio-italia-ultima-al-mondo ) dimostrano che, nonostante le crescite percentuali più alte si registrino ovviamente nei paesi in via di sviluppo, l'Italia riesce a ritrovarsi alle spalle di tutti i paesi europei e industrializzati, che sono confrontati con un tasso di crescita più ridotto.

Leggendo i commenti alla notizia su Informazione Libera, le reazioni preponderanti sono due. La prima è quella di chi, ovviamente, dà la colpa a Berlusconi. Certo, se qualcosa va male è per forza colpa di Berlusconi, il responsabile deve necessariamente essere Berlusconi, Berlusconi, Berlusconi. Ci riempiamo talmente la bocca di Berlusconi che spesso non ci curiamo nemmeno di analizzare un problema, tanto siamo convinti che, comunque vada, la causa è e sarà sempre Berlusconi. Tralasciando questi commenti – obiettivamente poco stimolanti – ce ne sono altri, a mio avviso non meno superficiali, ma che mi hanno colpito perché sintomo di una deformazione mentale più profonda: i commenti in questione sono quelli di chi si straccia le vesti e, da vero e proprio profeta di sventura, addita la bassa crescita del PIL come un segnale dell'ineluttabile italico declino.

 

Il PIL non cresce?Ecchissenefrega, dico io.

Come molti – ma non tutti – sanno, il PIL non fa altro che misurare il valore monetario della totalità dei beni e servizi scambiati dai residenti di un paese. Nella misura del PIL sono compresi i consumi, la spesa dello Stato, gli investimenti e il saldo della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni).

Ora, questo indicatore pone una serie di problemi fondamentali che lo rendono palesemente inefficace per misurare l'effettivo grado di benessere nazionale.

 

Prima di tutto, il PIL si limita a misurare la quantità di ricchezza materiale presente in un paese, e chiunque può capire che conoscere una quantità è inutile, se non se ne conosce la distribuzione. Se io e te abbiamo due mele ciascuno, e dopo un anno io ne ho undici e tu ne hai una, la crescita del PIL è del 300%. Se dopo un anno ne avessimo entrambi quattro sarebbe “solo” del 100%. Eppure pochi potrebbero dubitare che la seconda situazione sia preferibile alla prima.

 

Il secondo problema del PIL è che si tratta di un indicatore esclusivamente economico. Poniamo ad esempio che a tutti i lavoratori italiani venga negato il diritto di sciopero e che siano costretti a lavorare 12 ore al giorno senza pausa né ferie. Il PIL italiano aumenterebbe enormemente. Ci pensino due volte i profeti di sventura prima di stracciarsi le vesti in nome del PIL: ricchezza non è sinonimo di diritti, né di qualità di vita. Non si può stare dalla parte dei lavoratori di Pomigliano e poi lamentarsi se il PIL non cresce.

 

Per finire, il PIL misura la ricchezza materiale, ed è del tutto incapace di misurare il benessere. Un incidente sull'autostrada uccide una persona e ne ferisce altre tre?Il PIL gongola: carri attrezzi, ambulanze, operazioni chirurgiche, agenzie funebri, e magari anche una nuova automobile. Un terremoto colpisce l'Abruzzo?Eccellente: nuove case, più mattoni, più cemento, più asfalto.

Al momento mi trovo in Cina, e ho avuto occasione di parlare con un giovane giornalista freelance che mi ha indicato un sistema particolarmente in voga in questo paese: dato che i quadri regionali del partito vengono promossi in funzione della famigerata crescita percentuale del PIL, si è sviluppato il malsano costume di far costruire enormi palazzoni senza fondamenta e con materiali meno che scadenti, ma a prezzi altissimi. Il PIL cresce, ma è una crescita fasulla: spesso quei palazzi crolleranno solo qualche anno dopo, con sommo piacere del prossimo segretario regionale del partito e – sì, potete immaginarlo – del PIL.

 

Ma al di là di queste constatazioni “tecniche” riguardo alla misura del PIL, vorrei aggiungerne una di carattere più generale. Bisogna prestare molta attenzione quando si utilizzano degli indicatori, perché è in funzione di questi che si fisseranno delle politiche e degli obiettivi da raggiungere. Dare importanza al PIL è, in questo senso, uno degli errori più grandi che si possano fare, e non solo per le sue distorsioni che ho indicato finora.

Il PIL, come detto, indica la ricchezza economica. Ma siamo proprio sicuri che sarà l'economia – questa economia, fatta di denaro, sfruttamento, lotta di classe – a garantirci un futuro?

Siamo sicuri che l'economia sia la risposta ai problemi di oggi, a quelli di domani?

Tutto intorno a noi ci spinge a confondere la ricchezza con la felicità, a vivere nell'angoscia di non avere abbastanza denaro, a sopravvivere in un sistema in cui la ricchezza sembra essere la chiave di accesso a tutto.

La logica di questa economia, di cui il PIL è l'araldo, è quella logica che produce sistematicamente un impoverimento progressivo della stragrande maggioranza della popolazione, e parallelamente esalta la ricchezza come unica via per raggiungere il benessere.

Nessuno si rende conto di quanto questa logica sia perversa, di quanto sia sbagliata?Non è grottesco attribuire a un iPhone, a un televisore al plasma, a un paio di scarpe griffate un potere salvifico tale da permetterci di dimenticare tutto ciò a cui siamo quotidianamente sottoposti?

Io non so se ci sia una soluzione a questa (il)logica perversa. Di tre cose però sono relativamente certo.

La prima è che il sistema attuale sfugge a qualunque logica di benessere e, al contrario, rappresenta un ostacolo alla libera ricerca della felicità individuale cui ognuno dovrebbe avere diritto.

La seconda è che accettare che il benessere sia in ciò che possediamo rappresenta una resa al sistema attuale, e una rinuncia alla ricerca di un sistema più “umano”.

La terza è che la priorità di ogni persona di buon senso dovrebbe essere quella di adoperarsi – ciascuno nel proprio piccolo – nel cercare delle alternative per sfuggire alla “logica del PIL”. È un dovere morale, credo, verso noi stessi e verso il futuro.

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